editoriale
l'editoriale di Cecilia Paolini: Roma al tempo di Caravaggio, un'altra bella occasione sprecata
Che la sovrintendente di Roma, Rossella Vodret, sia una grande appassionata di Caravaggio è cosa nota (sono due anni che a Roma non si espone altro!), ma per quest’ultima mostra, “Roma al tempo di Caravaggio” a Palazzo Venezia, ha superato davvero se stessa: come può essere una mostra che ha per collezione centoquaranta tra le opere più significative delle prime tre decadi del XVII sec. e che si apre, tanto per citare solo l’incipit del percorso, con la Madonna dei Pellegrini del grande maestro lombardo da una parte e la Traslazione della Santa Casa di Annibale Carracci dall’altra?
“Strabiliante!” direbbe chiunque… di fatti anche sono andata al vernissage con lo stesso animo dei bambini davanti ai regali di natale sotto l’albero. Con mia somma sorpresa, ho imparato come si rovina una mostra pur avendo una collezione da primo capitolo del manuale di museotecnica per inesperti. Ecco gli ingredienti principali: un allestimento da film dell’orrore, la completa assenza di un percorso logico e un pizzico di superficialità nella lettura iconografica delle opere in esposizione. Procediamo con ordine. La maggior parte dei capolavori presentati provengono dagli altari delle chiese di Roma: l’operazione di tirarli giù da quelle nicchie altissime e male illuminate (sebbene costituiscano il contesto originale, oltre che sacro) per ricontestualizzarli in uno spazio dialogante e, soprattutto, più vicino all’occhio del visitatore, sarebbe potuta essere una grande idea; ma allora perché trasformare le sale di Palazzo Venezia in una pletora monotona e falsificante di finti altari di compensato (con tanto di nicchie a colonnine , il tutto rivestito di plastica simulante le venature del marmo) in cui inquadrare quegli stessi capolavori, così da essere comunque isolati e lontanissimi dall’occhio del visitatore, come nelle chiese da cui provengono, ma con l’aggravante di essere allocati sopra altari fasulli e brutti?
Tra l’altro, più che altari, quei catafalchi tutti uguali e quadrangolari assomigliano di più a tante bare, complice anche un’illuminazione da basso e fioca, a ricordare i funerei moccolotti del cimitero. Come se questa meraviglia allestitiva non bastasse, il percorso non ha un filo logico: si passa dai Caracci ai Gentileschi, da Baburen e Finson a Domenichino senza un motivo apparente, né cronologico, né geografico, tantomeno iconografico giacché tra una Madonna con Bambino e una S. Cecilia, appaiono scene profane e autoritratti.
Il pasticcio più grande, però, si è commesso nell’interpretazione iconografica: il “Tobiolo e l’arcangelo Raffaele” di Spadarino diventa un semplice “Angelo Custode”, la “Maddalena in estasi” di Finson diventa una “Maddalena che dorme”. La perla iconografica più preziosa, però, è l’allegoria che Valentin de Boulogne esegue per la famiglia Barberini: siamo nel 1628 e l’ “Allegoria di Roma” diventa un’antistorica “Allegoria d’Italia”… d’altra parte se Monti inventa il Ministro per la coesione territoriale al posto del Ministro per il federalismo, questa nuova interpretazione iconografica sarà un omaggio della Sovrintendenza di Roma al nuovo premier…